La maschera di Lorenzo

Gianluca Mondini

 

Certe parole, a forza di ripeterle, finiscono col perdere di significato. Come quando, usando continuamente l'espressione «gente», non più ci si domanda: chi, o cosa è, «la gente»? Di cosa è fatta questa «gente»? Chi ne fa davvero parte?

Nel mio simbolismo psichico, «gente» possedeva un'unica accezione, una sfumatura tendenzialmente negativa. Usavo questa parola per riferirmi a un agglomerato di persone piuttosto omogeneo, che pensa in modo normalizzato, che vive secondo principi definiti dalla cultura dell'epoca vigente. «La gente fa così», «sai com'è la gente», e via discorrendo. Penso sia così per molti, e che quindi risulti facile intendersi su questo.

Qualche tempo fa mi imbattei in un ragazzo, a cui di seguito mi riferirò col nome di Lorenzo (benché, per ovvie ragioni, questo non fosse il suo vero nome).

Lorenzo era un «ragazzo normale»: titolo di studio, – laurea magistrale, mi pare – buon lavoretto, weekend fuori casa, locali, ed era pure riuscito a mettersi da parte abbastanza quattrini per permettersi di spostarsi qua e là con una discreta Classe C, seppur di qualche annetto. Lorenzo spiccava al di sopra degli altri quel poco che è sufficiente per divenire, per così dire, invisibile nella normalità. E poi i social, ovviamente. Tutti i giorni: foto in gruppo, piatti ben sistemati, posti al sole e bellissime località di mare.

E i sorrisi. Come potevano mancare? Lorenzo, con la sua compagnia tutta, viveva di sorrisi. Non di sorrisi «veri». O magari quei sorrisi veri lo erano davvero, che ne so? Poco importa, perché fondamentale era esibirli, i sorrisi, l'esporre agli altri la proprià felicità e l'essere riconosciuti per questo, lo sbattere in faccia al mondo quello che altri sentivano non avere – ma che lui sì, Lorenzo, era riuscito a conquistare. «Condividere», si dice. Non penso, descrivendo Lorenzo, di parlare di qualcuno di così lontano dalle conoscenze di chiunque.

Quanto alla «gente», cos'ha a che fare con Lorenzo? Com'è intuibile dalla descrizione che ne ho dato, nel mio immaginario Lorenzo faceva totalmente parte della «gente», al punto che si era fatto vertebra della spina dorsale dell'ordinarietà, senza alcuna soluzione di continuità tra lui e la vita normale, banale, fatta di quell'apparenza spensierata che lo circondava.

Poi accadde qualcosa. Un giorno scambiammo due parole – fuori dai social, s'intende, – a quattr'occhi. Non ricordo neppure come capitò. Dall'alto del mio rigonfiamento, sentendomi qualcosa in più degli altri, devo dire che in principio considerai a malapena quell'incontro. Mi sembrava una formalità, una perdita di tempo. Quindi i soliti «come stai», lavoro, auto, «meglio un turbocompressore o l'aspirazione naturale?», la foto di una sconosciuta dai seni enormi, in costume, che gli mise un breve ghigno da porco soddisfatto sul viso. Che altro?

Ma più che parlava della vita in cui era immerso, più che una sensazione di forzatura sembrava delinearglisi sul volto, quasi come se una parte superiore di sé dovesse convincerlo a continuare a parlar bene della propria compagnia e felicità. Poi qualcosa s'incrinò, d'un tratto, e Lorenzo cambiò espressione. Mi parlò di sua zia, che era morta qualcosa come tre mesi prima. Cosa c'entrava col discorso? Nulla, ma aveva voglia di parlarne. Fu una cosa spontanea, e mi fece piacere. «Era anziana, sì, ma...». Ne aveva un bel ricordo. Mi descrisse alcuni aneddoti di quand'era stato un bambino, e sembrò dover trattenere con tutte le forze la maschera che, consapevolmente o meno, aveva tenuto sul volto durante la conversazione fino a quel momento. Furono attimi piuttosto intensi, e ricordo che diverse volte prese aria ed espirò in maniera profonda. Poi fece un paio di battute fuori posto e si nascose di nuovo dietro un umorismo banale e superficiale, stonato, che poco o nulla si addiceva all'essere umano che pochi istanti prima aveva fatto capolino al di fuori di quel fantoccio imbevuto di vuoto e d'apparenza.

Infine, tra le pieghe di una conversazione tornata ad un livello di un'inutilità disarmante, priva di spontaneità e piacevolezza, Lorenzo citò un paio di versi di Pessoa. Così, dal nulla, e di nuovo mi sorprese. «Conosci Pessoa?», gli domandai, «diversi suoi pezzi mi piacciono molto». Confesso che, pensando a Lorenzo, non avrei mai immaginato sapesse leggere qualcosa che non fosse il depliant di qualche agenzia di viaggi. «Sì», mi rispose, «certe sere non riesco ad addormentarmi, e allora leggo. Mi piace perché lo sento... familiare». Ed ecco che di nuovo, per un brevissimo istante, comparve nel suo sguardo qualcuno di diverso, di più vivo, di più reale. Ebbi l'impressione che si sentisse molto solo. Sembrò voler continuare a parlare, quasi dovesse aggiungere qualcosa, poi ecco che se ne andò ancora, avvolto in un mantello di vuoto. Lontano. Fu a quel punto che ci salutammo.

Non rividi più quel Lorenzo. Ne vidi un altro, quello che conoscevo prima dell'incontro, o che pensavo di conoscere. Le tre o quattro volte in cui c'incrociammo, dopo, mentre era insieme ad altre persone (amici? colleghi?) le nostre conversazioni si limitarono ad un'interazione così banale e densa di luoghi comuni da far decadere totalmente, da ambo i lati, l'interesse a venir portate avanti. Dopo qualche tempo sparì. Mi fu detto che si era trasferito in un'altra regione per lavoro. Continuava a pubblicare contenuti online, quello sì, a «farsi vedere», ma ormai era chiaro che quel che veniva mostrato, il ragazzo di successo, spensierato e al di sopra delle cose, era un manichino inesistente, una marionetta di facciata che nascondeva qualcun'altro, che si trovava dietro, e che sarebbe dovuto restare nascosto ben bene. Nascosto persino ai suoi occhi, forse. Cosa sarebbe accaduto se si fosse mostrato? – pensai. Provai un grande dispiacere in questo, ma avendo perso qualunque forma di contatto, interruppi la straziante formalità di un'interazione virtuale priva oramai di significato.

Lorenzo fu risucchiato dalla «gente». Non dalla massa, non dalla normalità, ma dall'idea stessa che ne aveva: la gente era per lui quel rifugio sicuro in cui nascondersi, dove nessuno poteva essere – oppure sentirsi – vulnerabile, quel posto in cui nessuno poteva soffrire perché, lì, nel caos dell'amalgamazione, nessuno sentiva o si accorgeva di qualunque cosa. Questa fu l'idea che mi feci su di lui e sull'intera situazione.

Mise in discussione il significato che attribuivo all'espressione «gente», alla quale avevo da sempre assegnato un senso unicamente superficiale. Quell'incontro fratturò questa mia visione, mi fece riconsiderare molto a riguardo. La perfezione e la spensieratezza che proiettavo sugli altri, sulla loro normalità, si era in qualche modo incrinata. Lorenzo aveva mostrato, seppur per breve tempo e in una maniera del tutto inconsapevole, una frattura nella mia visione della «gente». Non più una massa di persone spensierate, prive di problemi, invidiabili per questo: si apriva invece una percezione nuova, persino destabilizzante per certi versi, uno scenario in cui «gli altri» erano in realtà attori di teatro, maschere, a coprire tante piccole esistenze individuali, persone sole, isolate, persone che in varia misura soffrivano, e che cercavano conforto in un'immagine d'inattaccabilità e di invulnerabilità, nutrite dalle briciole di una condivisione approssimativa, protette dal filo spinato della normalità.

Così i social compulsivi, gli aperitivi, la musica massacrante di un locale denso di persone, lo stuzzicare i pantaloni di una sconosciuta, le foto in compagnia e il resto dell'ubriachezza: pensai che a nessuno di loro, in profondità, questo interessasse davvero.

E mai, mai che mi fosse venuto a mente che la «gente» forse neppure esisteva, che fosse magari solo un invenzione del mio immaginario psichico e di quello altrui, una maschera dietro la quale tante persone, spaventate e al tempo stesso assetate dal bisogno di un reale contatto con l'altro, potevano nascondersi per mascherare un crescente e inaccettabile bisogno di comprensione profonda. Un bisogno che apparteneva a me, da sempre, così come forse da sempre era appartenuto anche a ciascuno di loro.