La scoperta della lettura

 


  

Christian Varriale

 

Leggere, per me, è sempre stato qualcosa di faticoso e noioso sino allo scorso anno, quando la riscoperta – o per meglio dire, la scoperta – della lettura si è rivelato qualcosa di un'immensa importanza.

Oltre a godere degli effetti positivi che conseguono da questa attività (e sui quali trovo inutile dilungarmi con le solite frasi fatte), ho avuto modo di constatare i rischi e i pericoli che la lettura può portare intrinsecamente con sé. Fatta eccezione per le letture volte a svolgere la funzione di passatempo, equiparabili sostanzialmente alla visione di un buon film, nella lettura di testi più “impegnati”, spesso inquadrabili nella categoria della saggistica, è possibile riconoscere e assaporare, in tutta la sua miseria, l’ombra dell’Ego.

L'Ego infatti porta con sé l’avidità di acquisire nuove informazioni e inutile nozionismo formale, il quale svolge la funzione di nutrire l’intelletto e fornire nuovi alibi e razionalizzazioni volte a mantenere la nostra situazione interiore inalterata. Leggere con l'intento di «riempirsi di nuovi concetti» è forse l'atteggiamento che più in assoluto porta lontani dalla comprensione di ciò che si sta leggendo. Al contrario, una lettura lenta e riflessiva, accompagnata dalla sensazione di avere una comprensione sempre minore di ciò che pensiamo di sapere, apre nella nostra mente un processo creativo e al tempo stesso inconscio in quanto questo, almeno da quanto ho osservato nel mio caso, avviene senza che io scelga arbitrariamente di attuarlo.

Sostanzialmente, si tratta di leggere con un animo leggero, volto alla perdita e non all’acquisire, al lasciare anziché al prendere.

Ecco che la lettura non si riduce più a un'attività fine a se stessa, non più un semplice passatempo mentale, ma al contrario si espande verso un sentire emotivo quanto fisico. In tale condizione la percezione di comprendere qualcosa che fino a quel momento era sconosciuto si fa più ampia e totale, facendo però permanere quella sensazione di non essere ancora giunti ad alcun punto definitivo. Si percepisce chiaramente una profonda disidentificazione dai costrutti mentali e dai giochi linguistici, così come da tutte quelle convenzioni nelle quali ci troviamo quotidianamente immersi.

È allora che la frase «leggere ti apre la mente» acquisisce un significato reale, chiaramente percepibile persino sul piano fisico. Pur restando inalterato l'entusiasmo di prendere in mano un libro, muta profondamente il senso di tale gesto: l'avidità del conoscere lascia spazio all'esigenza di mettersi in discussione, di lasciare andare e di creare uno spazio nuovo, senza la spinta a riempire il vuoto col niente. Si apre quindi una dimensione che può ora spontaneamente, in maniera naturale, riempirsi con qualcosa di nuovo, eppure già conosciuto e a noi familiare.